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Mi chiamate libera.
Lo fate appena scesi dal treno,
con gli occhi lucidi di aspettative
e le tasche piene di versioni di voi
che sperate di lasciare qui.
Ma io vi conosco.
Vi guardo attraversare i miei ponti,
inciampare nelle mie notti,
confondere il permesso con la libertà.
Nei miei canali dormono biciclette
cadute per sbaglio,
abbandonate per rabbia,
gettate da mani troppo allegre per distinguere
il fondo dall’orizzonte.
Le accolgo tutte.
Come accolgo voi.
Quelli dagli occhi vivi,
che ridono con il vento sul viso
e si fermano ad ascoltare un violinista
senza chiedergli da dove venga.
E quelli dagli occhi spenti,
che cercano nel fumo
una porta che non hanno trovato altrove.
Li riconosco subito.
Hanno lo sguardo di chi entra nei miei vicoli
cercando una risposta,
e trova soltanto il proprio riflesso
nelle mie finestre illuminate.
Le mie strade odorano di pioggia,
di erba bruciata,
di funghi ingeriti per vedere più lontano
e talvolta soltanto per non vedere affatto.
Le mie vetrine rosse
non raccontano la storia che vi piace narrare.
Non parlano di scandalo.
Parlano di desiderio.
Di solitudine.
Di affari.
Di esseri umani che osservano altri esseri umani
attraverso un vetro.
Come pesci in acquario.
Come santi.
Come prigionieri.
Come specchi.
E ogni notte
vi vedo arrivare convinti di cercare me.
Poi vi osservo andare via.
Con una risata in più.
Con una ferita in meno.
Con una ferita in più.
Dipende.
Io resto qui.
Tra l’acqua scura,
le biciclette sommerse,
i corpi illuminati di rosso
e il fumo che sale verso il cielo.
Ho visto generazioni cercare libertà
nelle mie strade.
Alcuni l’hanno trovata.
Altri hanno soltanto scoperto
che non basta sentirsi liberi
quando dentro di sé
si resta ancora prigionieri.